Bilal – Viaggiare lavorare morire da clandestini

Cultura e Formazione, Pace/Guerra

Ho appena finito di leggere “Bilal – Viaggiare lavorare morire da clandestini” di Fabrizio Gatti, un giornalista coraggioso che mette a repentaglio la propria vita pur di far conoscere la verità su vicende per le quali abbiamo un’informazione a dir poco addomesticata.
Il libro è la cronaca di alcune tappe del viaggio che spinge questa gente a lasciare la loro terra per raggiungere l’Italia.
Chiamare “tappe” questi momenti del viaggio è un eufemismo, perché la realtà non è immaginabile da chi, come me, ogni sera trova un letto pulito, può bere ogni volta in cui ha sete, e dispone di moderni servizi igienici in cui anche la carta è reclamizzata per essere la più morbida possibile.
Da che parte allora cominciare, per commentare l’inferno che emerge da quelle pagine? Da una foto, che ho visto casualmente e che può essere il giusto epilogo del libro. In essa un “clandestino” –meglio, direi, un uomo- un giovane nero, con una lacrima che gli scende e gli riga la guancia sporca di polvere, stringe con le due mani la mano di un poliziotto, chiusa in un guanto di latice celeste. In quella stretta c’è tutta la disperazione di chi si rende conto che verrà ricacciato nell’inferno da cui è partito. “Perché mi fai questo? –sembra dire quel ragazzo- e questa domanda entra dentro e sconvolge la coscienza. Se fossi io al posto di quel poliziotto –mi chiedo- cosa avrei fatto in quel momento? Sarei stato capace di accogliere quell’angoscia –e che cosa vuol dire lì, in concreto, accogliere quell’angoscia- oppure, più probabilmente, mi sarei nascosto dietro un “dovere” da compiere, quello di rispedirlo al suo paese di origine, un dovere che la mia nazione, quella che reclama la sua identità cristiana, mi impone?


Ma tornando a Bilal che dà il titolo al libro, questo è il nome scelto da Fabrizio Gatti per introdursi come clandestino nel centro di detenzione di Lampedusa.
Il suo viaggio comincia però a Dakar, in Senegal, e ha come meta le coste della Tunisia, evitando la Libia, lo stesso tragitto di migliaia di persone che cercano di sfuggire alla fame e alla guerra. Ottomila all’anno sono le domande di visto per l’Italia che vengono accettate all’ambasciata di Dakar (e ci si riferisce solo al Senegal), ma di queste solo una minima parte viene trasformate in permesso di ingresso. In realtà, moltissime sono le domande scartate perché incomplete o inaffidabili.
Per partire, a chi non ha documenti in regola non resta che affidarsi a “traghettatori” di mestiere, su mezzi fatiscenti che percorrono strade che della strada hanno solo il nome, spesso con scarse garanzie di arrivare alla meta per cui si è pagato, sia per inconvenienti meccanici, sia per la disumanità e la mancanza di scrupoli degli autisti che non esitano ad abbandonare sulla strada non solo chi cade dai camion, ma talvolta anche l’intero gruppo.
Sul treno che Fabrizio Gatti usa per percorrere una delle prime tappe del viaggio (ma non pensiamo ai “nostri” treni), il giornalista subisce il furto dello zaino con la macchina fotografica e le piante con la segnalazione dei vari pozzi d’acqua nel deserto. Dopo il momento di rabbia, ecco le considerazioni : “ Il furto sarà anche una forma di ridistribuzione sociale. A queste terre l’Europa ha rubato venti milioni di uomini perché lavorassero come schiavi nelle Americhe. Intere generazioni annientate. Un taglio netto alla continuità demografica, culturale, economica di tutto il Sahel (Il Sahel è la zona semi desertica che confina con l l’estremità occidentale del Sahara). Di questi benefici il mondo ricco gode ancora…e non ne ha mai pagato il prezzo. Al confronto, che cos’è uno zaino?”
Però Mohamed, che viaggia accanto a lui e raccoglie le sue giustificazioni nei riguardi di chi ha fatto il furto, lo tacita dicendo che è sbagliato pensare che se uno è povero abbia il diritto di rubare. Vuol dire considerare ladri tutti i poveri. Grande lezione di civiltà.
Il viaggio prosegue su camion colmi di gente, anche duecento persone,ed è difficile dormire per il rischio di cadere e per l’esiguità dello spazio a disposizione di ciascuno. Le condizioni igieniche sono spaventose: diarrea e vomito sono sintomi comuni, e si trasmettono facilmente in quelle ristrettezze.
Kayes, Bamako, Ayorou, Agadez sono fra le tante tappe di un viaggio infinito in cui i trafficanti di immigrati sono essenziali per poter proseguire, e dove il denaro, così faticosamente racimolato dalle famiglie, che investono il loro futuro su questi eroi misconosciuti, deve passare anche attraverso le mani di mediatori, di poliziotti violenti e corrotti, che non esitano a torturare pur di arraffare qualcosa, e naturalmente di quelli che effettuano il trasporto.
Ma il vero punto nodale è Dirkou, l’oasi degli schiavi, dove là fuori ci sono soltanto la sabbia e Dio. Dirkou è in mezzo al desertoe segna il passaggio dal Ténéré al Sahara. E’ là che ci sono il maggior numero di stranded. Stranded in inglese significa arenato, incagliato, lasciato senza mezzi di trasporto, nei guai, in difficoltà. Strand è la traduzione di sponda, riva, spiaggia. Ma negli occhi di questi ragazzi non c’è il sollievo di ogni naufrago quando vede avvicinarsi una spiaggia. C’è il riflesso di una mente che, pur avendo i piedi piantati sulla terraferma, sta annaspando in mezzo ai marosi. I loro sguardi tradiscono il buio del baratro. La polvere sui loro vestiti, sui capelli, sulle loro mani avverte che stanno scivolando sempre più giù. La loro testa non sa più che direzione prendere. “Siamo tranded, amico mio –dice Billy, uno dei tanti che chiedono aiuto al giornalista- Non possiamo permetterci di mangiare. Con l’elemosina che raccogliamo, possiamo comprarci un bicchiere di gari (acqua e zucchero). E anche chi ha da parte qualche soldo, ma non abbastanza per partire, non li spende per mangiare. Altrimenti resterebbe stranded per tutta la vita”. Uno dopo l’altro raccontano che da settimane sono bloccati lì. La loro mente è ancora piena di progetti, di sogni, di voglia di libertà. Solo che non riesce a muoversi da quel posto di fango rosso perché i loro corpi sono rimasti imprigionati dalla vita quotidiana. La mancanza di soldi. La fame. La polvere. Il costo del biglietto sempre più lontano. Ecco da dove arrivano gli schiavi del ventunesimo secolo. “Quando sei stranded stai peggio di un morto –prosegue Billy- perché hai ancora la capacità di vedere e sentire che un morto non ha. E allora soffri”.
“La migrazione femminile segue regole diverse dagli uomini -dice Yaya, che accompagnerà Fabrizio Gatti nella parte più pericolosa del viaggio-. Si devono affidare al bouga, la guida, che le accompagna a Tripoli poche per volta. Ma durante il viaggio sfrutta le ragazze. Ad ogni tappa le ragazze vengono fermate anche due o tre mesi. Perché devono rendere tre o quattro volte il costo del viaggio
”.
Fra le tante storie, sempre tragiche, mi è rimasta impressa quella di Kofi, morto dopo qualche giorno di agonia per non possedere quei pochissimi euro che gli avrebbero permesso di curarsi. Il suo corpo è stato sepolto a Dirkou dalle autorità, che hanno spedito i suoi documenti in Ghana, il paese d’origine. I genitori di Kofi almeno l’hanno saputo. Non dovranno pensare che il loro ragazzo sia arrivato in Europa e si sia dimenticato di loro. Questo, tra le migliaia di schiavi mai approdati in fondo al viaggio, è già un grande privilegio. L’onore della memoria. Il privilegio di non essere ricordati come figli ingrati.
Fra i tanti incontri che Fabrizio Gatti ha sulla costa della Tunisia, una volta arrivato lì senza passare dalla Libia dove correva il rischio di essere arrestato, c’è quello con Mohamed.
Mohamed gli rivolge tante domande: “Tu mi devi dare una risposta. Il governo italiano (quello di Berlusconi, prima dell’ultimo Prodi) ha fatto pressione sul nostro perché i clandestini siano arrestati. Tanto che adesso salpano più a sud, il viaggio è troppo lungo e le barche affondano. Dimmi allora perché l’Italia non fa pressioni sul nostro presidente perché ci conceda più libertà? Avete paura che noi diventiamo come l’Algeria? L’opposizione tunisina non è fatta di estremisti. Gli estremisti tunisini li avete allevati voi in Europa. Quella gente è partita laica. Sono diventati estremisti nelle moschee di Milano, di Vienna, di Londra. Bel risultato. Allora perché per noi non chiedete più libertà? Se fossimo più liberi in Tunisia, io non verrei in Italia. E ci sarebbe un clandestino in meno. Invece con una mano ci fate bastonare dal nostro presidente, con l’altra ci impedite di entrare legalmente…Queste cose io non posso dirle ai miei colleghi tunisini. Per questi discorsi normali, umani, in Tunisia ti arrestano…Tu vivi in Europa. Tornerai alle tue comodità, alla tua casa, al tuo lavoro. Al tuo Paese complice del nostro governo. E io tra cinque minuti vado a sdraiarmi sui cartoni del mercato del pesce. Ma dove era scritto che le nostre vite dovevano essere così? Io dovrei essere arrabbiato con te. Poi però mi dico: tu che c’entri? Allora perché doveva toccare a me? Cosa c’entro io con questo schifo?”
Domande destinate a restare senza risposta.
La mia impressione, dopo aver letto di quanto questi “eroi” devono sopportare per raggiungere le coste dell’Africa, è che la traversata per mare per raggiungere Lampedusa, che pure si risolve molte volte in tragedia (quanti sono i morti per annegamento?), sia la parte meno difficile del viaggio.
Lampedusa, appunto. Qui Fabrizio Gatti riesce ad entrare come clandestino, col nome di Bilal, in un centro di detenzione (dopo essersi buttato in mare da uno scoglio per rimanere in acqua alcune ore nella notte ed essere soccorso da gente del posto). Vi rimarrà per alcuni giorni, e il racconto che ne fa non è onorevole per l’Italia. Basta un solo particolare, che dice tante cose: fra i ringraziamenti finali del libro, il giornalista si premura di ringraziare “il brigadiere dei carabinieri del Battaglione di Napoli che non ha mai smesso di trattarci da uomini dentro la grande gabbia”. Trattarci da uomini. Non era forse normale essere trattati da persone? Anche gli animali, nella maggior parte dei casi, vivono in migliori condizioni.
Dal Sud al Nord. Treviso, una delle città più ricche d’Italia. Sulle strade che portano alla città senza panchine, fatte togliere dal sindaco perché non vi sedessero gli immigrati, tante ragazze si prostituiscono. In maggioranza vengono dall’Africa e Dirkou è la parola chiave per entrare in contatto con Giulia, nome d’arte, una di loro. “Non spogliarti, devo solo farti una domanda. Dimmi, che immagine hai degli italiani?” Lei si abbassa la maglietta, sorride, si accende una sigaretta :”Un corpo addosso, con le braghe abbassate e il portafoglio in mano”. Lo dice come se stesse pensando ad una cosa normalissima, e spiega che qui la gente è molto legata ai soldi, e gli uomini tengono il portafoglio in mano anche quando fanno sesso per paura che “mentre scopano, tu glielo possa fregare”.
Di nuovo al Sud, questa volta in Puglia, dove Bilal viene assunto da un caporale per una giornata di lavoro nei campi, a raccogliere pomodori, assieme agli altri “schiavi” che arrivano dalla Polonia, dalla Romania, dalla Bulgaria. E dall’Africa.
Schiavi è la parola giusta per descrivere le condizioni in cui sono tenute queste persone, uomini e donne come noi, con i nostri stessi bisogni, le nostre stesse aspirazioni, i nostri stessi sogni. Subiscono pestaggi e umiliazioni di ogni sorte senza potersi appellare a nessuno. Ma nessuno protesta più. Nessuno può reagire…Se migliaia di testimoni fingono di non vedere. Se decine di migliaia di abitanti di queste terre se ne stanno zitti. Se viene a mancare l’attenzione della cosiddetta società civile, cioè di tutti noi, cosa possono fare uomini e donne sradicati dal proprio mondo, dal proprio Paese, dalle proprie famiglie? Tacere e obbedire. E’ una questione di vita o di morte…Questi schiavi sanno che nessun italiano, qualunque cosa succeda, verrà mai a salvarli. Nessuna autorità. Da quando sono arrivati, questi braccianti sono figli di nessuno.
La vicenda di Pavel di 39 anni, romeno, è talmente inverosimile che fatico a crederla vera. Punito dai suoi padroni per un furto non commesso, gli vengono spezzate le braccia a colpi di spranga e non viene ucciso solo per l’intervento dei suoi compagni di stanza. Viene soccorso solo dopo undici ore (gli altri braccianti avevano paura del caporale), portato in ospedale, operato alle braccia e ingessato. Viene riconsegnato dopo appena quattro giorni alla polizia e gli viene notificato il decreto di espulsione. Una macchina della questura lo riporta al posto dove “alloggiava” e dove trascorrere i due mesi di convalescenza, con le braccia immobilizzate. Da qui viene però cacciato e si rifugia in un casolare abbandonato dove, di nascosto, gli vengono portati un po’ d’acqua e di cibo. Dopo nove giorni viene contattato da qualcuno, sempre di nascosto, un avvocato di Foggia, che continua a credere alla presenza dello Stato. Pavel ha la febbre a causa di una setticemia, e l’avvocato lo porta immediatamente all’ospedale. Curato e dimesso, deve essere accompagnato in questura per chiedere la sospensione dell’espulsione per gravi motivi di salute e per formalizzare la denuncia contro chi l’ha ridotto così. L’avvocato è fiducioso, ma quando incontra Fabrizio Gatti per raccontargli l’epilogo della vicenda, non può trattenere lacrime e imprecazioni. “Me l’hanno arrestato. Mi avevano garantito che avrebbero sospeso l’espulsione, invece il capo di turno in questura o il magistrato hanno deciso di arrestarlo. Verrà processato al più presto per non aver rispettato il decreto di espulsione”. All’udienza per direttissima l’avvocato chiede il rinvio del processo e il giudice lo concede. E’ la prima decisione a favore di Pavel. La prima in un mese, dal pomeriggio in cui e stato massacrato a sprangate. Rischia comunque da uno a quattro anni di prigione, per la legge italiana sull’immigrazione. Più di quanto potrebbe prendersi il caporale, che intanto resta libero.
Dopo qualche mese Fabrizio Gatti rivede Pavel: non è più quello di prima. I suoi gomiti non sono mai guariti e sollevare un sacchetto di pochi etti è già uno sforzo doloroso per lui. Abita in un immondezzaio e ha solo l’aiuto di pochi. Non ha più lavoro, e non ha soldi da mandare alla sua famiglia in Romania. Eppure Pavel ha avuto il coraggio di denunciare il suo caporale. Se ancora esiste la società civile, dovremmo essergli tutti grati per averci aiutato a scoprire un criminale, che invece, dopo un breve periodo in carcere, vive già da uomo libero.

Questa è solo una piccolissima parte di quello che Fabrizio Gatti riporta nel suo libro. Immagino che queste esperienze avranno lasciato in lui un segno indelebile. Anch’io non potrò più guardare con gli stessi occhi di prima quei giovani neri che mi fermano per chiedermi di acquistare qualcosa, oppure che raccolgono in fretta la loro mercanzia e filano via all’avvicinarsi delle forze dell’ordine.
Fra loro ci saranno sicuramente gli “eroi”, conosciuti da Bilal, che hanno avuto il coraggio, folle, di attraversare il deserto e il mare, per riscrivere la storia, quella loro e delle loro famiglie.

Flavio

LE PARTI IN NERETTO SONO TRATTE DAL LIBRO

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