Io e i migranti

Cultura e Formazione, Pace/Guerra

A volte, quando mi lascio catturare da qualche fantasia mistica, penso che la metempsicosi forse non è poi un concetto così surreale ed immagino che, in qualche mia vita precedente, sono stata un arabo, un musulmano. Tutto questo perché, stranamente, ho da quando sono piccola un profondo legame inconscio con la cultura islamica, tanto da spingermi, dall’infanzia, a cercare di apprendere la lingua araba, devo dire con scarsi risultati (anche se grazie alla pazienza di qualche mio amico nel corso dell’ultimo anno sono riuscita ad apprendere le prime parole).

Similmente mi sento legata intimamente anche alla cultura africana…l’amore, invece, per la cultura sudamericana è, direi, un amore maturo, che ho sviluppato quando ero già più cresciutella. Cosa c’entra questo con il tema dell’immigrazione e dei rapporti Italia-Libia? C’entra…perché vedendo i volti degli immigrati intervistati nel documentario “Come un uomo sulla terra…* ed ascoltando i loro racconti mi sono sentita lacerata dentro, sofferente quasi come per un senso di appartenenza; è stato qualcosa di più della semplice empatia e del semplice compiatimento. Le loro sofferenze le sento davvero come fossero mie.

Lascio anche a voi qui qualche traccia, così che le possiate seguire ed arrivare a scoprire cosa si cela dietro questa tragica realtà.

La partenza per i viaggi della speranza, in genere, avviene da uno degli stati dell’entroterra africano, quelli più poveri, per intenderci. Tutti coloro che si spostano, lasciando la propria terra, la propria casa, la propria famiglia, i propri amori, lo fanno con l’intenzione di fermarsi in Libia senza proseguire oltre, data la particolare condizione socio-economica di questa nazione.

La Libia, infatti, conta circa 5.000.000 di abitanti, quasi tutti impiegati in imprese e strutture statali e quasi tutti al di sopra della soglia del benessere. Gheddafi, in passato, ha trasformato il suo governo da un sistema simil-socialista ad una dittatura asfissiante che ha comunque un vasto consenso popolare, proprio per le ottime condizioni economiche in cui versa la popolazione indigena. Oltre i libici, però, vivono in questa nazione circa 2.500.000 immigrati che sono ampiamente sfruttati, che svolgono i lavori più pesanti e i cui diritti sono ampiamente negati.

Chi, però, scappa dalla fame, dal deserto e dalla guerra vede nella Libia e nelle possibilità di lavoro che assicura una meta promessa, se non fosse che le cose non vanno proprio come previsto… Dopo aver pagato al trafficante la somma in denaro necessaria centinaia di persone vengono caricate su di un fuoristrada land rover o un mezzo simile, e condotte attraverso il deserto senza cibo e con pochissima acqua, tenute buone dalle continue minacce dell’autista che non si fa remore ad utilizzare la sciabola o la pistola che porta sempre con sé. Il sistemare centinaia di perone così stipate fa si che alcuni dei “passeggeri” siano costretti a viaggiare appesi letteralmente alle fiancate della vettura o seduti sul tettuccio o sul cofano anteriore, con il notevole rischio di cadere e di essere abbandonati nel deserto. Nessun conducente, infatti, tornerebbe mai indietro per il recupero.

Arrivati in Libia ci si gioca la propria sorte…ogni tre convogli, infatti, uno viene fermato dalla polizia libica, su segnalazione dagli stessi trafficanti (capirete poi perché), e le persone a bordo vengono arrestate e condotte in carceri disumane dove sono sottoposte a continue torture, stupri, dove il cibo scarseggia e anche l’acqua. Dopo un certo numero di giorni la stessa polizia libica riconduce gli immigrati indietro, verso Kufra, una città che è in pieno deserto, e lì questi vengono di nuovo imprigionati, torturati, affamati ed assetati e, in più, alla fine di un lungo ed estenuante calvario, venduti dalla stessa polizia libica di nuovo ai trafficanti per 30 dinari a testa.

Pensate che durante il viaggio si è chiusi in più di cento in un container dove è possibile respirare solo grazie a piccole feritoie ricavate nelle pareti di ferro, senza potersi dissetare né sfamare…la traversata dura due giorni e mezzo.

Molti dei migranti “inscatolati” come merce non ce la fanno e muoiono lungo il percorso, altri non riescono a tollerare tutta l’ angoscia e si suicidano in carcere. Da Kufra ricomincia un secondo viaggio attraverso il deserto; si riparte di nuovo verso la Libia sempre dopo aver pagato la propria quota.

Una volta arrivati riprende la roulette russa: alcuni “finalmente” riescono ad arrivare nelle mani degli ultimi intermediari che organizzeranno l’imbarco sulle carrette del mare verso l’Italia, altri, a caso, ricapitano di nuovo nelle mani della polizia e ricominciano d’accapo il ciclo. C’è chi è stato arrestato e rivenduto per ben 7-8 volte.

Gli ultimi giorni sono forse quelli più pesanti perché, come alcuni di voi sapranno, non si sa mai qual è il giorno fissato per la partenza. Semplicemente senza preavviso, di notte o di giorno non fa differenza, arriva la chiamata e bisogna recarsi di corsa nel punto scelto per salire sulla carretta. Altrimenti si rischia di rimanere a piedi…anche avendo già pagato. In questi giorni, quindi, non ci si toglie mai i vestiti di dosso, nemmeno per dormire, per essere sempre pronti. Poi arrivano le onde del mediterraneo che ingoiano migliaia di vite…Bene, quando il governo italiano decide di respingere i migranti li getta in questo abisso.
Dal 2004 (governo Berlusconi) esistono degli accordi con la Libia, dapprima segreti, in base ai quali l’Italia fornisce svariati milioni di dollari, oltre che mezzi, per gestire queste operazioni criminali e aggiunge alla fornitura anche 1.000 sacche per cadaveri…i morti sono già nel conto.

Durante la parentesi del governo Prodi (cosa più schifosa) gli accordi non sono stati revocati, anzi, sono stati riconfermati altri 6 milioni di dollari per finanziare le nuove deportazioni. Mi spiace, ma di questo si tratta…e noi siamo di nuovo alleati di un sistema internazionale sadico che perpetua le peggiori violenze che si possano immaginare.
Quali sono i vantaggi del nostro potere corrotto? Certo non vedere qualche “faccetta nera” in meno in giro per le strade, ma semplici ricavi economici. La Libia, infatti, è azionista della Fiat, della Juve, dell’Eni, dell’Enel e non solo…molte nostre imprese stanno, inoltre, trasferendo la loro produzione nel territorio libico per sfruttare quei poveri uomini e quelle povere donne che vengono respinti indietro verso l’inferno o vi restano bloccati. Ci scherzate, non so se mi spiego…avere migliaia di operai che puoi non pagare a tuo volere, che non devi rispettare, che non devi tutelare, ma anzi che puoi calpestare senza ritegno, fa sempre comodo per un porco imprenditore senza scrupoli. Schiavi che non hanno nemmeno la forza di parlare…Vergogna…

Io mi sento in colpa, lo dico senza remore, ed è per questo che mi sento lacerata il doppio. Perché c’è chi ha il mio stesso colore della pelle, la mia stessa lingua, la mia stessa nazionalità, quasi il mio stesso dna che mi fa vergognare anche di avere in comune solo queste cose. Per fortuna non la mente e non il cuore…

Marina

* “Come un uomo sulla terra” è un viaggio di dolore e dignità, attraverso il quale Dagmawi Yimer riesce a dare voce alla memoria quasi impossibile di sofferenze umane, rispetto alle quali l’Italia e l’Europa hanno responsabilità che non possono rimanere ancora a lungo nascoste. Il documentario si inserisce in un progetto di Archivio delle Memorie Migranti che dal 2006 l’associazione Asinitas Onlus, centri di educazione e cura con i migranti (www.asinitas.net) sta sviluppando a Roma in collaborazione con ZaLab (www.zalab.org), gruppo di autori video specializzati in video partecipativo e documentario sociale e con AAMOD – Archivio Audioviso Movimento Operaio e Democratico. Le attività della “scuola di italiano” Asinitas Onlus sono portate avanti con il sostegno della fondazione Lettera 27 e della Tavola Valdese. Il film è stato prodotto da Marco Carsetti e Alessandro Triulzi per Asinitas Onlus e da Andrea Segre per ZaLab

3 Comments

  1. pippo  •  Giu 13, 2009 @17:17

    bellissimo intervento.
    di pancia, di testa, di……cuore

    pippo

  2. Luigi  •  Giu 17, 2009 @17:11

    Credo che dopo avere visto “Come un uomo sulla terra” se si ha un minimo di cuore e di onestà intellettuale non si possa più avvicinarsi al tema dell’immigrazione con gli stessi occhi. Penso che debbano vederlo quante più persone possibile per essere informati su quanto realmente accade.

    Luigi Davi

  3. Francesco  •  Giu 22, 2009 @17:36

    Bello questo contributo. Grazie.
    Ho visto il reportage e sebbene mi sia piaciuto, trovo lo scritto di Marina ancora più intenso ed intriso di passione.
    Francesco

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