Ieri è stata una di quelle domeniche che mi sarebbe piaciuto trascorrere lentamente, casomai vicino ad un camino guardando lo scoppiettio delle fiamme, con un buon bicchiere di vino (eh, che atmosfera…).
Non ha fatto altro che piovere qui a Cinisi, così tanto che pare quasi aver lavato via ogni cosa, anche i rumori, le voci e i suoni, lasciando solo un silenzio bagnato che si specchia nelle strade sommerse dalle pozzanghere.
Eppure sono tutt’altro che tranquilla, perché ho il brutto vizio di lasciare che la mia serenità sia all’improvviso sconvolta dai dolori altrui, anche di chi apparentemente mi è lontano. Apparentemente…
Sabato leggevo (anzi studiavo) il pacchetto sicurezza promosso da Maroni e approvato dal Senato e non nascondo che spesso un brivido mi correva lungo la schiena. Perché posso immaginare che dopo loro, che saranno i primi, i migranti, toccherà a noi, a quelli come me.
Cosicché quella famosa poesia
Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento perché rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei (oggi direi migranti) e stetti zitto perché mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali e fui sollevato perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti ed io non dissi niente perché non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me e non c’era rimasto nessuno a protestare.
diventerà una profezia, purtroppo già realizzatasi anche in passato.
Ho parecchi amici immigrati e tutti, non mi meraviglia, sono spaventati e chiedono a me spiegazioni riguardo le ultime vicende politiche. Io cerco di sdrammatizzare, dicendo loro che non è ancora il momento di scappare, ma quando arriverà saremo noi ad avvisarli e ad aprire loro le vie di fuga…ma a pensarci bene mi tremano le gambe. Perché mai come in questo momento ho la consapevolezza che, nel mio piccolo, dovrò schierarmi contro lo stato, essendo costretta a non rispettare le leggi, come quei medici che decideranno di non farsi delatori e denunciare gli immigrati clandestini in cura da loro. Forse ora tutto questo è piuttosto contenuto, ma degenererà a breve.
Mi spaventa sentire quello che oggi dicono gli altri intorno, dimostrando come le tecniche di controllo delle menti e delle emozioni abbiano funzionato alla perfezione ottenendo i risultati aspettati. Mi spaventa vedere gli immigrati trattati come esseri inferiori, come parassiti da eliminare, proprio loro che invece dovrebbero ricevere le nostre cure e la nostra accoglienza. Mi spaventa capire come oggi la diversità venga considerata come un male da eliminare con la forza…e, per questo, non ci sono altre possibilità se non l’eliminazione fisica di chi la rappresenta. E’ così difficile capire che la diversità è un valore aggiunto e la sua accettazione impedisce qualsiasi tipo di abominio?
Sarà… sarà che io ho trascorso circa 6 anni della mia infanzia con cinque fratelli kosovari, mussulmani, che lavoravano come braccianti nelle campagne di mio zio e uno di loro divenne allora uno dei miei migliori amici. Ricordo quando ci conoscemmo, e, dopo esserci studiati con lo sguardo per lungo tempo, cominciammo a giocare assieme… Avevo 10 anni, Sadat 15, e bastava un pallone per socializzare superando anche le difficoltà linguistiche. Oppure ricordo quando mi salvò, afferrandomi al volo, da un bel tuffo non voluto nella vasca che raccoglieva l’acqua per gli innaffiatoi, perché fui trascinata da un pesce lungo circa un metro che tirava la lenza con tutta la sua forza (più di quanta ne potessi supportare io). Alla fine tirò me assieme alla canna da pesca, con così tanta grinta che cademmo al suolo entrambi… assieme al pesce, forse ancora incredulo. Fu lui, Sadat, ad insegnarmi a pescare e ad infilare l’amo nel verme (una cosa che non rifarei…).
Lui e i suoi fratelli erano tutti mussulmani, ma non praticanti, si direbbe, se non per il fatto che durante il ramadan digiunavano sul serio fino al tramonto, quando poi si davano ai bagordi. Accendevano un falò e si destreggiavano tra carne arrosto, balli, canti, ecc. Io ero affascinantissima da quel loro essere diversi eppur uguali, cosicché spesso scappavo letteralmente e, contro le imposizioni dei miei familiari che erano restii nel farmeli frequentare troppo, correvo da loro. Cosicché un giorno mi presero in braccio in tre e mi chiusero in uno scatolone di cartone, dove poi scrissero il loro indirizzo in Kosovo… il tutto per gioco naturalmente.
Già da qualche anno, del resto, ascoltavo Battiato con tantissimo entusiasmo, soprattutto perché sapeva mescolare con maestranza lingue diverse nelle sue canzoni, cosicché cercavo di imparare a memoria anche i versi più difficili, ad esempio quelli in arabo. Così, a poco a poco, si è sviluppato il mio interesse per le altre popolazioni, con le loro religioni, usanze, ecc. Così, soprattutto, si è sviluppato il mio interesse per l’Islam e il mondo arabo, tant’è vero che una delle mie canzoni preferite è di un cantante egiziano… e pazienza se conosco solo il significato di qualche parola perché me l’ha tradotta un mio amico del Marocco. Anche una delle parole che uso più frequentemente è araba… habibi, che vuol dire “amore mio”…ma in realtà anche qualcos’altro, come dice sempre questo stesso mio amico. Dice lui che è una parola così preziosa che non bisognerebbe usarla troppo… ma io, proprio perché la considero preziosa, la uso il più possibile.
Lui è un mussulmano praticante, per cui ogni volta che scatta il ramadan si impegna in ogni modo e con ogni mezzo per evitare il contatto con qualsiasi donna, cercando anche di non incrociare il suo cammino, cosicché mi piace prenderlo in giro in quell’occasione, casomai piantandomi davanti a lui con le braccia conserte così da impedirgli il passaggio. A lui un giorno raccontai di un “incidente” che mi era successo a Palermo con un altro ragazzo mussulmano, sempre nel periodo del ramadan e mi beccai una bella ramanzina. Qualche giorno prima, infatti, mi era capitato di entrare in un negozio di abbigliamento etnico, uno di quelli che frequento spesso e che sono gestiti da immigrati bengalesi. Non mi ero accorta che, oltre al ragazzo che era dietro il bancone, c’era qualcun altro all’interno. In un angolo, al buio, stretto in una sorta di piccolo ripostiglio, un uomo stava pregando, stando tranquillo sul suo tappeto, tranquillo; fino a quando io, non volendo, l’ho calpestato… il tappeto intendo.
In realtà, nell’oscurità, non l’avevo proprio visto. Dato che avevo ormai immagazzinato le mille raccomandazioni riguardo il ramadan, sono saltata all’indietro, riuscendo solo a dire “scusa, scusa, scusa”. Mi aspettavo di essere fulminata, per lo meno con lo sguardo, e invece lui si è alzato e mi ha sorriso, dicendomi, “non ti preoccupare, avevo finito”. Io gli ho risposto “lo so che siete in ramadan, ma non ti avevo proprio visto messo lì dietro…” e lui “e tu che ne sai del ramadan…”. Ne sapevo più di quanto immaginava.
Perché vi dico questo? Perché ve lo racconto? Perché è nella quotidianità, nelle piccole cose, che nasce l’accettazione della multi-etnicità. Con naturalezza.
Marina M.
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La nuova civiltà dell’odio, di Giuseppe D’Avanzo (la Repubblica, 6 febbraio)



