Caro amico ti scrivo così mi distraggo un po’
e siccome sei molto lontano più forte ti scriverò.
Da quando sei partito c’è una grossa novità,
l’anno vecchio è finito ormai
ma qualcosa ancora qui non va.

Fosse solo qualcosa, a non andare, potremmo persino essere contenti; invece sono proprio tante le cose che non vanno. Così tante che non saprei da dove cominciare. Ma forse, basta cominciare facendo un bilancio di questo 2008 che sta per lasciarci, partendo da un paio di fatti globali: l’Assemblea generale dell’Onu aveva dichiarato il 2008 Anno internazionale del pianeta Terra, mentre il Parlamento europeo l’aveva eletto Anno europeo del dialogo interculturale. Se qualcuno pensa che quest’anno abbiamo fatto qualche passo in avanti nelle due direzioni, lo dica, io non me ne sono accorto. Devo essermi distratto. Ci sono due parole, Kyoto e Lampedusa, una città giapponese e un’isola mediterranea, che continuano a ronzarmi in testa, ma non ne capisco il motivo.
Il 2008 è iniziato con l’ondata emotiva per la strage alla Thyssen di Torino che, a distanza di un mese, era ancora viva, al contrario dei sette operai che ci avevano rimesso la pelle in dicembre. L’Italia aveva scoperto che «si muore di lavoro», che le «vittime del lavoro», ogni anno, sono più dei morti di mafia e persino di quelli dovuti agli incidenti stradali. Tu t’aspetti che, dopo una simile presa di coscienza, sancita dall’autorevole intervento del Presidente Napolitano, il parlamento abbia legiferato in materia. Invece no. Mica si può combattere il lavoro. Certo, si potrebbero combattere le imprese assassine – che sono le imprese a uccidere, non il lavoro – ma poi chi glielo dice a Confindustria? Meglio versare lacrime di coccodrillo a reti unificate, piuttosto che legiferare, ché, tanto, in tv passano le lacrime, mica le leggi, e i telespettatori-elettori quelle ricordano. E si commuovono. Come quella volta in cui un balordo ha ucciso la moglie di Raffaele, in Un posto al sole.
Il 5 febbraio, la storia del pianeta subisce una brusca accelerazione. Almeno così sembrerebbe, stando alle tv e ai giornali. Il “supermartedì” statunitense incorona Hillary Clinton e Barack Obama: saranno loro due, «la donna e il nero», a contendersi la candidatura democratica alla Casa Bianca. Giornali e tv italiani enfatizzeranno per mesi questo «storico» scontro. Per farlo, però, sono costretti a cancellare dalle cronache, per svariati mesi, il segretario di Stato statunitense, tale Condoleezza Rice, che, secondo i bene informati, sarebbe donna e, addirittura, nera.
Ora, lungi da me l’idea di mettere sullo stesso piano una nomina (la Rice nominata da Bush) e un’elezione popolare, né intendo sminuire il significato che il fenomeno Obama ha per le popolazioni afroamericane. Non sono così ottuso. Però, insieme a tutta quella retorica sulla donna contro il nero, mi sarebbe piaciuto che il sistema italiano dei media avesse dato lo stesso spazio al fatto che il sistema di potere statunitense ha ormai metabilizzato certe differenze. Non scordiamoci che, prima della Rice, il segretario di Stato si chiamava Colin Powell, un altro «abbronzato», direbbe Silvio. Scherzando simpaticamente, s’intende.
Il 6 febbraio, in Italia, il Presidente della Repubblica, preso atto della sfiducia parlamentare al governo Prodi, scioglie le Camere. Si torna a votare. Lo ricorderete tutti: Mastella si sfila dalla maggioranza e la frittata è fatta. Ma perché Mastella si sfila? «Non ho avuto abbastanza solidarietà»: così motivò il suo gesto l’ex guardasigilli. Ricostruiamo i fatti. Il pm De Magistris spedisce in carcere tutto il partito mastelliano della Campania, inclusa la moglie del leader, e indaga sullo stesso ministro. Mastella, come avviene di rado, decide di dimettersi. Prodi respinge le dimissioni (se non è solidarietà questa), ma lui le conferma. Gli attestati di solidarietà dal mondo politico si sprecano. Ma lui non è soddisfatto, così va a motivare il suo gesto con una mini tournée fra Camera e Senato, dove il suo discorso viene accolto da standing ovation che, in parlamento, si erano viste solo in occasione della “riforma” dell’articolo 111 della Costituzione, altrimenti nota come “Tana libera tutti”. Mastella annuncia che il suo partito continuerà a sostenere il governo dall’esterno, in modo da avere maggiore potere contrattuale.
Un paio di giorni dopo succede che il Vaticano accusa il governo (di cui Mastella faceva parte) di avere sostanzialmente impedito al Papa di partecipare all’inaugurazione dell’anno accademico all’università Sapienza di Roma. (Vero? Falso? Certo che Oltretevere hanno un gran senso della diplomazia.) A quel punto – solo a quel punto – Mastella decide di uscire dalla maggioranza a causa della presunta «scarsa solidarietà». A me è sembrato – sembra – che il Vaticano abbia deciso che il tempo di Prodi fosse scaduto e che Mastella abbia risposto «Obbedisco!».
Dunque, si torna a votare. Sull’esito delle elezioni non ci sono mai stati dubbi, ché il governo Prodi, in due anni, era riuscito a scontentare (quasi) tutti, soprattutto il suo elettorato. Berlusconi e le destre hanno la strada spianata, cosa che avviene puntualmente con le elezioni del 13 e 14 aprile. Poi s’insedia il governo di più basso profilo che lo storia repubblicana ricordi. È soppresso il ministero della Sanità/Salute. (Un’ex soubrette nota solo per i suoi “artistici” calendari per camionisti arrapati diventa ministro «per le pari opportunità»; Alba Parietti, nota invece per i calendari per macellai arrapati, coglierà al volo la palla delle “pari opportunità” e, qualche mese dopo, si candiderà alla segreteria del Pd.) Un fatto di portata storica. Così com’è storico l’esito elettorale che estromette le sinistre dal parlamento. I motivi sono tanti, non ultimo (e, secondo me, determinante) l’appello per il «voto utile» di Veltroni su cui è incentrata la campagna elettorale del neonato Pd, che, grazie al fatto che molti italiani abboccano (molti altri, a sinistra, hanno preferito non andare a votare), ottiene il suo massimo storico. Lo so che fa ridere una simile espressione nei confronti di un partito che era alla sua prima prova elettorale, ma l’ho detto quel giorno e ne sono straconvinto: per quanto questo Paese possa essere di memoria corta, dubito che l’elettorato di sinistra si lascerà infinocchiare ancora una volta da Veltroni e dal suo partito. E non solo quello di sinistra. Inoltre, questa politica sta cacciando i cittadini dalle urne, ché «sono tutti uguali». Ciò significa che moriremo berlusconiani? Possibile, probabile. A conti fatti, caro Pintor, col senno del poi, forse sarebbe stato meglio morire democristiani, poiché, caro Pintor, al tempo della Dc l’Italia non era tutta democristiana e, comunque, nel cosiddetto mondo democristiano non tutti avevano gettato l’etica nel cesso e poi tirato ripetutamente lo sciacquone per evitare che tornasse a galla; oggi, invece, il Paese è culturalmente berlusconizzato (cioè assolutamente privo di etica) e poche sono le sacche di resistenza. Anche se quest’anno sono successe cose che lasciano ben sperare. Ma di ciò parleremo più avanti.
All’inizio di aprile, prima delle elezioni, Berlusconi riesce a fare fallire le trattative per l’ingresso in Alitalia di Air France, ché deve regalare la compagnia aerea italiana a una cordata di suoi compari e fare pagare i debiti a tutti noi. Uno di questi compari Veltroni pensava di esserselo comprato portagli il figlio in parlamento, nell’ambito della campagna «largo ai giovani» (figli di). Però gli affari sono affari e, comunque, un figlio deputato, anche se “di opposizione”, può sempre tornare utile. Non si può mai sapere.
Il 13 e 14 aprile, dunque, succede ciò che tutti sapevano (tranne gli allocchi che hanno abboccato all’amo veltroniano del «voto utile»): Berlusconi e il Popolo delle libertà (provvisorie) stravincono le elezioni politiche; resta fuori dal parlamento la cosiddetta sinistra radicale, mentre entra a vele spiegate il Movimento per l’Autonomia di Raffaele Lombardo il quale, a sua volta, è eletto alla presidenza della Regione Sicilia, al posto del dimissionario Totò Cuffaro, trasmigrato su un più sicuro seggio di senatore (i senatori non si possono arrestare, tranne in flagranza di reato; i presidenti di regione sì: meglio tutelarsi, ché in procura, a Palermo, non c’è più Grasso, ma uno che sembra avere meno riguardi per i potenti, Francesco Messineo).
A Roma, invece, accade che l’ex (?) fascista Gianni Alemanno diventa sindaco. Cose che succedono quando la politica del centrosinistra fa sembrare la capitale una questione privata fra Veltroni e Rutelli (con l’aggiunta di una presunta «emergenza sicurezza»): una volta io mi candido a vicepremier (di Prodi) e tu a sindaco, un’altra volta tu ti candidi a premier e io a sindaco, un’altra volta ancora io a sindaco e tu a vicepremier (di Prodi), infine tu a sindaco e io a premier. Affari di famiglia. E si perde. Su tutti i fronti. Chissà se l’hanno capito. E, comunque, siccome nella cosiddetta seconda repubblica sono state cancellate tutte le incompatibilità previste dalle leggi della tanto vituperata prima, a Rutelli è stato garantito un seggio parlamentare e non è costretto ad andarsene a lavorare. Ché, come abbiamo visto, «di lavoro» si può morire.
Alla fine di maggio, a Dublino, 111 Paesi approvano il trattato che mette al bando le cosiddette bombe a grappolo. Cina, Russia, Stati Uniti d’America, India, Israele, Pakistan e Brasile non aderiscono, ché quelle bombe le fabbricano. Mica sono scemi.
8 agosto. L’inizio delle Olimpiadi a Pechino rischia di venire oscurato dall’invasione dell’Ossezia del Sud da parte dell’esercito georgiano, che provoca la pronta reazione della Russia in difesa dell’Ossezia. Per i media occidentali e per quelli italiani in particolare, è la Russia che ha invaso la Georgia. Ché i georgiani sono “nostri” amici (dunque “buoni”) e vogliono entrare nella Ue, mentre i russi sono “cattivi” per definizione. Casomai, a destabilizzare il mondo, non bastasse la dottrina Bush dello «scontro fra civiltà» (cristiani “civili” contro islamici “incivili”), ecco riaffacciarsi lo scontro Est-Ovest che pareva seppellito sotto le macerie del Muro di Berlino.
15 settembre. Fallisce la banca Lehman Brothers. Seguono altri fallimenti grandi e piccoli, in vari paesi occidentali. Gli indici delle borse mondiali scendono in picchiata. In Europa, svaniscono nel nulla 450 miliardi di euro. Aumentano i poveri (come se già non ce ne fossero abbastanza). Il mondo rischia di piombare in un 1929 globale. E non è ancora detto che non sarà così.
Ottobre. Succede ciò che non t’aspetti. Dopo che, prima, la legge di assestamento del bilancio dello Stato e, poi, il decreto Gemini cambiano la faccia alla scuola pubblica, le strade e le piazze italiane si riempiono di un’Onda Anomala, che va dai bambini delle elementari agli universitari: tutti contro la riforma della scuola. C’è da dire che non s’era mai vista una riforma organica varata per decreto, ché i decreti, dice la Costituzione, si emanano «in casi straordinari di necessità e d’urgenza» (articolo 77). Purtroppo, nessuno deve avere avvisato il Presidente Napolitano, che non perde tempo e firma (poi, il parlamento trasformerà in legge). È solo una delle tante procedure o norme anticostituzionali che il Presidente ha avallato. Pensate che, con la scusa dell’«emergenza rifiuti», ha firmato persino un decreto che introduce un reato penale solo in Campania, alla faccia dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e alla faccia della Costituzione. Sarà federalismo penale, suppongo. Più volte, durante quest’anno, ho pensato di escogitare un modo per infilargli un bel blocchetto di cambiali fra le carte da firmare – ché tanto firma tutto – ma finora non sono riuscito nell’intento. Però non demordo. Se proprio non dovessi riuscire nell’intento, potrei sempre propormi come suo consulente giuridico. Non ho titoli né competenze specifiche, ma nell’Italia d’oggi, ancora più che in quella di ieri, sono cose che non contano: l’importante è conoscere «qualcuno». E, comunque, mai e poi mai potrei fare peggio di quelli che ha attualmente. Chissà se Francesca la fruttivendola, Enrico il tabaccaio o Marco il salumiere possono aiutarmi. O il mio medico, ché i medici, si sa, hanno sempre avuto vaste clientele e il mio è un cosiddetto massimalista. Basterà lui a farmi diventare consulente di Napolitano?
Novembre si apre con una di quelle notizie che ti fanno ripiombare nel passato più oscuro e inquietante della Repubblica: Licio Gelli avrà 11 serate televisive per raccontare la storia d’Italia a suo piacimento. Il maestro venerabile della disciolta (?) loggia massonica segreta Propaganda 2 (P2), il burattinaio delle più turpi trame italiane, più volte condannato dai tribunali italiani e altre volte “graziato” dai trattati bilaterali con gli Stati in cui aveva trovato rifugio durante le svariate latitanze, è ancora in circolazione, elogia il “fratello” Silvio (che alla loggia era regolarmente iscritto), ne esalta il braccio destro Marcello Dell’Utri, condannato in primo grado per associazione mafiosa e sproloquia su Resistenza e partigiani. In fondo, a pensarci bene, Se Berlusconi sta sempre in tv, a reti unificate, perché a uno dei suoi maestri dovrebbe essere negato un piccolo spazio serale, per giunta sulla semiclandestina Odeon Tv?
Poi arriva l’elezione di Obama. È un tripudio. Tutti sono certi che il mondo cambierà, che il Sol dell’Avvenire è «giovane, bello e abbronzato». Anzi «abbronzato» no, quello lo dice solo Berlusconi, in uno slancio di «simpatia». Per tutti, Barack Obama è «di colore». Non «nero», per carità, ché non è politically correct. (Come non è politically correct chiamare cieco un cieco o sordo un sordo, rispettivamente «non vedente» e «non udente». Quanta ipocrisia…) Qualcuno col senso della storia lo definisce afroamericano. Ma siamo alle eccezioni. Circa l’assunto che il mondo cambierà, chi vivrà vedrà. Certo, fare peggio di George W. Bush è umanamente impossibile; nemmeno mettendosi d’impegno potrebbe riuscirci. Ma la pietra di paragone non può né deve essere Bush, bensì la pacifica convivenza fra i popoli. Vabbè, l’ho sparata grossa. Facciamo che misuriamo la sua diversità puntando sulla firma del protocollo di Kyoto e del trattato di Dublino? Ché il progressivo ritiro dall’Iraq dovrebbe essere scontato, visto che difficilmente la popolazione statunitense capirebbe il proseguimento di una guerra che persino Bush, spianandogli la strada, prima di lasciargli campo libero alla Casa Bianca, ha dovuto ammettere che è «sbagliata»; ché lo spettro di un nuovo ’29 e lì, la crisi tocca tutti, e nessuno, stavolta, sarebbe disposto a spendere soldi per una guerra «sbagliata».
Se fossi stato cittadino statunitense, l’avrei votato Obama. Però, prima di esprimere giudizi, aspetto di vederlo all’opera. Ché, da cittadino del mondo, degli Usa non mi sono mai fidato. C’è da aggiungere che la conferma di Robert Gates al Pentagono, da parte di Obama, non lascia certo ben sperare.
13 novembre. La Corte di Cassazione autorizza la sospensione degli alimenti a Eluana Englaro, la giovane che da 16 anni è in stato di coma vegetativo e viene alimentata artificialmente. Da un anno non si discuteva d’altro, dopo che il giudice naturale, su istanza del padre, aveva autorizzato la fine di questo accanimento terapeutico. Ma il Vaticano e i suoi servi nel panorama politico italiano non sono d’accordo. Quella della Cassazione dovrebbe essere l’ultima parola, secondo il nostro ordinamento. Ma in Italia, al di là delle anticostituzionali ingerenze vaticane, sono saltati tutti gli equilibri fra poteri fissati nella Costituzione, tanto che il sottosegretario Sacconi, l’uomo con la delega alla Salute, diffida per iscritto tutte le strutture sanitarie nazionali, pubbliche e private, a mettere in atto le disposizioni della Suprema Corte. La sua diffida non ha alcun valore giuridico-legale, ma è bastata, fino a oggi, a stoppare la sentenza.
L’anno, sul versante interno, si chiude con la tangentopoli campana, che fa seguito a quella abruzzese e a quella toscana. Semmai ce ne fosse stato bisogno, è la conferma che il personale politico del centrosinistra non è molto dissimile da quello del centrodestra. Pecunia non olet. Col risultato che, dopo il centrodestra, anche il centrosinistra comincia la campagna “dalli al magistrato e dalli al giornalista”. Così, per l’anno nuovo, è già annunciata la terza riforma in quattro anni dell’ordinamento giudiziario, per normalizzare definitivamente quei magistrati che ancora non si sono piegati al potere politico, e le manette per i giornalisti che oseranno disturbare il manovratore. Vorrebbero che fossimo tanti Fede o tanti Vespa, senza però metterci prima alla guida del Tg1.
Sul versante estero, invece, Israele ha riaperto la macelleria palestinese. Finché ci sarà un solo palestinese vivo, sarà così. O finché l’Onu non si deciderà a mandare i caschi blu e a fare rispettare i confini fissati nel 1948. Cosa che non avverrà mai e, dunque, rassegniamoci ad avere questo focolaio di guerra sempre acceso (alle porte di casa, fra l’altro) in modo da legittimare gli integralismi che ha prodotto e continuerà a produrre, ché qualche nemico bisogna pur averlo, altrimenti che cavolo ci facciamo con tutti gli arsenali bellici che infestano in pianeta?
Su quello globale, c’è, infine, da registrare la proposta di Andy Burham, ministro britannico della Cultura, che lancia la sua campagna per normalizzare Internet, chiedendo il sostegno di Obama. Berlusconi sarà contento, ché solo qualche settimana prima l’aveva proposto lui. La Rete, infatti, se usata con intelligenza, a lungo andare potrebbe intaccare pericolosamente il suo monopolio nel campo della comunicazione e, soprattutto, ridare vita a un’informazione che, in Italia, ormai boccheggia, in attesa di esalare l’ultimo respiro. Ora il Cavaliere ha un’autorevole sponda internazionale e le libertà espressive di tutti rischiano di essere ulteriormente compresse, ché l’informazione, quando è tale, azzanna i potenti. E i potenti, da che mondo è mondo, non ci stanno a farsi azzannare. Meglio imbavagliare.
Buon 2009 a tutte e a tutti.
Sebastiano Gulisano


